podcast

Fabrizio Mangatia

01/02/2008

Droga oggi

Il caso recente dello studente deceduto, dopo aver fumato uno spinello, ci riporta alla riflessione sul problema droga. Ancora la macchina ipocrita e strumentale di un sistema moralmente conservatore e cieco si rimette in moto. L’uomo, da quando esiste, ha cercato di fuggire ad una materia crudele che imprigiona in un corpo che nasce, decade e muore. In Messico i funghi allucinogeni, in Cina l’oppio, in occidente alcol e tabacco.

Tutte queste culture hanno convissuto con le droghe assorbendone gli effetti negativi. Il problema giunse quando iniziarono i contatti e ci fu lo scambio. Gli indiani d’america furono distrutti dall’alcol dell’uomo bianco e, col tempo, l’occidente iniziò a misurarsi con l’oppio ed i suoi derivati entrando in quel tunnel infinito del quale ancora oggi non vediamo l’uscita.

La soluzione è in un approccio culturale votato alla informazione e educazione. Il proibizionismo non ha mai risolto niente e mai risolverà. Viviamo in una società che monopolizza e commercializza alcol e tabacco demonizzando tutto il resto non considerando che le morti per le droghe legali superano di gran lunga quelle provocate dalle fuorilegge.

Monopolizzare e controllare la distribuzione di tutte le sostanze stupefacenti significherebbe levare la più grande fonte di guadagno ai poteri mafiosi. Vorrebbe dire togliere ad esse quell’alone “eroico” di fuga dal sistema ed ossequio alla figura dell’eroe negativo che le nuove generazioni tributano al consumo.

In una società che spinge all’emergere e all’apparire il non avere identità significa non esistere. Con la droga o anche solo con l’appartenenza a categorie in dissenso col sistema le persone trovano, anche se in negativo, una collocazione. E allora rimuovere le cause che portano al consumo o comunque diminuirne l’impatto sociale significherebbe essere sulla strada di una corretta risoluzione di un problema che altrimenti rischia di ingigantirsi e diventare irrisolvibile.

Nel paniere delle sostanze stupefacenti metterei le sostanze dopanti utilizzate nello sport. Potrà sembrare strano e provocatorio ma anch’esse sono parte del discorso generale fin qui intrapreso. Una società che dà un valore eccessivo al record ed al successo spinge l’atleta a soluzioni illecite, salvo poi crocifiggerlo se scoperto. Ed allora leviamoci la benda e affrontiamo l’ostacolo senza moralismi e influsso dei “buoni sentimenti”.

27/01/2008

"La Casa" di Fabrizio Mangatia

Certo che tornando alla casa non avrei mai pensato che ci avrei dormito. Volevo semplicemente ritrovare me stesso bambino, recuperare le emozioni che mi appartenevano nel ricordo d'infanzia. Tornavo spesso a Flora. Ricordavo la sua risata argentina mentre ci inseguivamo per i corridoi dela casa. Flora, chissa ora dov'era. Era stata sicuramente il mio primo amore, l'amavo di quell'amore casto che solo i bambini possono e sanno provare, quel bisogno di sentirsi uniti per il solo motivo di un gioco col proprio simile coetaneo. Nonostante tutto non ero sereno.

I racconti che i vecchi del paese facevano circa le cose che succedevano nel bosco intorno alla casa e il lago dappresso ritornavano a spaventare la persona adulta che era stato bambino. La casa era sicuramente piu' piccola di come la ricordavo, sicuramente per le proporzioni del mio corpo che erano cambiate rispetto alla costruzione. Il giorno prima mentre percorrevo la strada che mi avrebbe portato alla casa ricordavo i giochi che riempivano le mie giornate. Finalmente arrivai all'indicazione stradale che avvertiva l'approssimarsi della localita' di aberdale.

Un brivido mi percorse la schiena quando svoltai per il viottolo che tante volte aveva imboccato la vettura di mio padre, che portava la famiglia a trascorrere la maggior parte dei week end dell'anno alla casa. Essa era da sempre appartenuta alla famiglia fin da quando il nonno l'aveva fatta edificare dopo la seconda guerra mondiale. Il terreno circostante a suo tempo era molto curato, esisteva un orto che nonno Joe aveva cura di tenere nelle migliori condizioni possibili alla sua abilita' di appassionato coltivatore. In gioventu' coltivare la terra era stato il suo mestiere, ma essendo un uomo particolarmente abituato al lavoro ed all'arte di arrangiarsi propria degli uomini di quella generazione, aveva la capacita' di cavarsela in qualunque attivita' di tipo manuale.

Alla svolta da una curva la vidi. O almeno credetti di vedere qualcosa. Mi era sembrato che qualcuno o qualcosa corresse o si movesse tra gli alberi del bosco che affiancava la stradina. Difficile dire se qualcosa c'era veramente o tutto fosse una allucinazione dovuta alla stanchezza o alla luce del giorno che andava mutando all'approssimarsi della sera. Arrivai finalmente al cancello. Scesi per aprirlo e mi fermai per osservare la casa. Sembrava apparentemente in buono stato, almeno dall'esterno. Si stagliava imponente per i suoi tre piani d'altezza. Aprii il cancello con le chiavi che la vecchia signora Dole mi aveva dato.

La signora Dole era una vecchia amica della famiglia che dopo la morte dei miei genitori si era offerta di prendersi cura della casa, se non direttamente, considerata la sua non piu' giovane eta', tramite la collaborazione dei suoi parenti piu' giovani che io retribuivo. Infilai il cancello con la mia automobile ed andai a parcheggiarla affianco il muretto che delimitava il perimetro del cortile. Dell'orto del nonno non restava granche'. Le erbacce erano diventate propietarie di quel fazzoletto di terra che era stata l'occupazione principale del nonno durante i nostri fine settimana.

Salii i pochi gradini che portavano alla soglia d'ingresso. Infilai la chiave e feci scattare la serratura, la porta si apri' ad una leggera spinta e il mio sguardo pote' introdursi all'interno. Era buio quasi completo, solo qualche falce di luce filtrava dagli scurini delle finestre chiusi... Entrai quasi tastoni ed aprii le finestre in modo che la poca luce residua del giorno andasse ad illuminare la stanza. Tutto sembrava in ordine e abbastanza pulito, la frequenza della pulizia effettuata dai parenti della signora Dole era settimanale. L'interruttore del generatore che dava energia elettrica alla casa stava dabbasso, in cantina, andai verso il fondo della stanza, aprii la piccola porta che costituiva l'ingresso della cantina, e feci scattare la levetta del generatore in posizione on.

La luce investi' lo scantinato, evidentemente qualcuno, sicuramente le persone che si occupavano della pulizia, avevano tolto la corrente senza preoccuparsi di spegnere gli interrutori locali. Il nonno conservava gelosamente diversi tini contenenti vini da lui prodotti tramite l'utilizzo di uva acquistata al mercato. Era poco avezzo ad accettare il vino imbottigliato che veniva venduto normalmente negli stores giu' in paese. Scesi le scale e mi avvicinai alle botti. Bussai su quella piu' vicina per rendermi conto del contenuto. La botte risulto' vuota cosi' come le altre che seguivano. Ritornai di sopra e, dopo aver richiuso la porticina, mi apprestai a visitare gli altri locali.

Feci le scale che portavano al piano superiore dove c'erano le stanze da letto. Visitai per prima quella che era stata dei miei genitori. La mia mente corse a quelle notti passate tra papa' e mamma quando i racconti del nonno mi spaventavano e non avevo il coraggio di andare a dormire nella mia stanza. Il papa' e la mamma avevano da sempre sgridato il nonno affinche' non raccontasse quelle terribili storie, terribili anche per i meno piccoli. Le storie che sapeva il nonno erano quelle tramandate da generazioni dagli abitanti di quella zona. Esse parlavano di strane ed orribili creature che popolavano il bosco fin dalla notte dei tempi.

Io ricordavo effettivamente di strani ululati, gemiti e lamenti che sopratutto nelle notti di luna piena arrivavano fino alla casa, ma papa' e mamma mi avevano sempre detto che erano dei semplici versi di animali che vivevano nel bosco, e probabilmente era cosi', ma nella mia mente di bambino,eccitata dai racconti del nonno, questi versi acquistavano le tonalita' piu' particolari e paurose. Uscii dalla stanza e finalmente mi recai in quella che era stata la mia. Entrai ed accesi la luce. Il letto era sempre al suo posto, nella posizione che io ricordavo, proprio li', sotto la finestra, finestra che mi aveva trasmesso la luce di tanti giorni che nascevano e il riflesso notturno della fine degli stessi prima di addormentarmi.

La finestra chissa' perche' mi ricordava il cinematografo, una serie di vicende che si svolgevano all'esterno della casa e che sembravano non appartenergli, che rimanevano fuori della realta' della casa, quasi che la casa, di realta', avesse solo la sua, quella che la riguardava direttamente. Le vicende che si svolgevano all'esterno erano quelle tipiche di un paesaggio di campagna comune a qualsiasi altro luogo. Volo di ucelli, vento che faceva stormire le fronde, foglie che cadevano dagli stessi, scoiattoli che si arrampicavano tra i rami. Almeno sembrava. E poi c'era il lago. Le storie piu' angoscianti si riferivano a quello.

Si narrava di creature che vivevano all'interno di esso, piu' terribili ancora di quelle che popolavano il bosco. Esse costituivano legioni diaboliche di bestie guidate dallo spirito di esseri malvagi che le possedevano. Parecchie erano state le vittime che avevano trovato la morte in quelle acque, tra cui la mia cara Flora. Ricordavo ancora quando il suo corpicino bagnato fu ritrovato nella riva piu' vicina al nostro terreno. La cosa piu' strana fu' che il suo viso, il suo bellissimo viso non aveva perso, pur nella rigidita' della morte, quei tratti sereni a me tanto cari. Ero sicuro che a determinare la morte della mia cara amica d'infanzia fosse stata la strega.

Essa aveva il potere su tutte le creature dell'inferno che popolavano quel luogo maledetto, era sicuramente stata messa li' da Satana in persona a testimoniare la presenza dell'inferno stesso. Il prete mi aveva detto una volta che Dio permetteva queste vicende affinche' gli uomini si rendessero conto dell'esistenza del demonio e ne traessero insegnamento e monito. I contadini nei loro racconti narrati al caldo dell'osteria del paese, dopo una giornata di duro lavoro, parlavano della strega come di una bellissima donna che, sopratutto nelle notti di luna piena, si manifestasse al centro del lago vestita di una lunga veste bianca che faceva trasparire le sue avvenenti forme di donna bellissima.

Essa si spostava senza fatica sulla superfice del lago e brillava di una luce spettrale che illuminava in maniera macabra lo spazio circostante. Mi svegliai di buon mattino. Non mi accorsi quasi di essermi addormentato mentre ricordavo pensieri e situazioni ormai tanto lontane. Chissa cosa c'era di vero in tutte queste cose, forse tutto forse niente. Se un giorno qualcuno ci dicesse in maniera convinta che tutto il nostro passato non e stato, saremmo tentati di crederci.

Ricordate forse in maniera decisa i lineamenti del volto di una persona conosciuta anche soltanto un mese fa? E se vi dicessero che lo avete sognato sareste capaci di difendere il vostro ricordo con molta veemenza? L'unica cosa che conta e solo il presente che aspira al futuro e ricorda il passato. Scesi giu' in strada, salii in macchina e diedi un'ultima occhiata alla casa. Salutai mentalmente i miei fantasmi mentre mettevo in moto.

FINE

"Oscurità contemporanea" di Fabrizio Mangatia

Non aveva molto tempo per finire il pezzo che al giornale aspettavano ormai da un bel pò. Alla prossima stazione avrebbe cercato di telegrafarlo. Al giornale le cose non si erano messe bene per lui. La sua vita privata gli impediva di operare nel suo lavoro al meglio. E del resto poco gli importava. Il direttore era un gran bastardo e per quanto lo riguardava gli avrebbe volentieri ficcato un pugnale nella schiena. Lo aveva gia' fatto altre volte, l'uccidere che prima della guerra gli sembrava una cosa a lui non congeniale ora invece era diventato quasi un fatto naturale e avere il potere di vita e di morte verso un suo simile lo faceva sentire potente.

Era strano come nonostante il suo attivismo nell'ambito dell'esercito serbo trovasse ancora il tempo di mandare i pezzi al giornale. Il giornale faceva una campagna spesso calunniosa nei confronti dei nemici croati e li accusava di efferati delitti. Era un continuo scarica barile delle opposte fazioni circa la responsabilita' delle atrocita', che ciascuna delle parti compiva, col paravento dello stato di guerra. Oggi pero' piu' di ieri era difficile nascondere al mondo i fatti orrendi che quella guerra stava compiendo. I cosidetti mass-media erano inarrestabili nella divulgazione della cronaca di guerra a tal punto che ormai i due eserciti quasi non cercavano piu' di giustificare le efferatezze.

Si trinceravano dietro la cieca legge della vendetta e della presunta leggittima difesa. Naturalmente i motivi religiosi c'entravano ben poco, erano usati dal potere per bieche strumentalizzazioni finalizzate al possesso territoriale ed al tornaconto economico.c'erano poi le motivazioni di ordine politico, c'era la sua parte, quella serba che lottava per avere la possibilta' di difendere uno status vivendi et operandi che ormai era nettamente in declino, rappresentato dalla formula comunista dell'unione sovietica. Essa si opponeva strenuamente alla formula capitalistica imposta ormai quasi definitivamente, al resto d'europa, dagli stati uniti che proponeva, ma in realta'affermava in maniera dubbiamente democratica, una sorta di dittatura del piacere, fatta di egoismo collettivo, di belle case, di tenore di vita particolarmente elevato al prezzo pero', di una schiavitu' dal lavoro pressoche' totale.

Un vero massacro, basato sulla concorrenza si svolgeva ogni giorno negli ambiti lavorativi americani e presto anche in tutti quei paesi che ne avevano sposato l'esempio. Ma per rimanere al dramma che dilaniava la sua terra, c'era qualcosa d'altro. C'era un difficilmente spiegabile odio etnico che affondava nelle radici storiche del suo paese. Un odio che aveva messo fratello contro fratello, moglie contro marito, padre contro figlio. La realta' di certi paesi era incredibile. Convivevano realta' contrastanti in agglomerati urbani di poche centinaia di persone ed esisteva un confine che delimitava l'area della moschea da quella della chiesa. Era un odio terribile quello che divorava lo spazio intorno a lui, e lui non ne era immune, era anch'egli vittima e carnefice. Anche lui lo aveva fatto. Non avrebbe mai pensato di poterlo fare.

Avevano messo a ferro e fuoco le abitazioni del paese vicino ed avevano fatto numerose prigioniere, poi gli avrebbero spiegato perche'. Le fecero riunire all'interno di quella che doveva essere stata la sala preposta per le rare proiezioni cinematografiche che si svolgevano durante i giorni di festa e le occasioni particolari. Poi diedero l'ordine. Lui decise di non pensare ed agi' per non essere passato per le armi. Una volta sposata la causa non potevi tornare indietro. ne afferro' una che urlava e piangeva. Si propose di non guardarla mai in faccia. Aveva paura di vedere in quel viso sua madre, sua sorella o forse semplicemente una sua compagna di scuola o di giochi.

Le strappo i vestiti di dosso, gli spalanco ferocemente le gambe e, strano a dirsi si scopri' un'eccitazione soprannaturale che gli permise di compiere l'atto nonostante la sua anima gli urlasse dentro mentre si tingeva di nero. Quando ebbe finito la obbligo' a voltarsi di schiena. Artiglio' i suoi lunghi capelli biondi tirandoglieli e scoprendo il lungo collo bianco. La sua lama scivolo' facile mentre recideva la carne e l'agnello veniva immolato, sacrificato al dio della guerra e dell'odio. L'incubo e la realta' erano diventati la stessa cosa.

 

FINE